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E' in edicola il numero di luglio-agosto 2009. DA NON PERDERE!
Restyling grafico e contenuti ancora più ricchi con 96 pagine a colori per il magazine di Novara e provincia. A soli 2 euro.
Noi, del popolo dei vegetariani
Una carrellata sul “mondo verde”: sempre più persone decidono di eliminare la carne dalla loro tavola, impegnandosi ad eliminare ogni sorta di crudeltà verso gli animali e favorendo iniziative per preservare l'ambiente naturale.
Giovanni Savoini
Chi scrive ha iniziato a diventare vegetariano perché Bob Dylan ha scritto la canzone “Blowin'in the Wind”, e anche perché, una mattina di tanti anni fa, non è andato a scuola per via dell'influenza. In televisione andava in onda una trasmissione di attualità di Gianfranco Funari – stiamo parlando davvero di tanti anni fa! Ad un certo punto, con la ballata dylaniana in sottofondo, è partito un filmato: agnellini moribondi, scaricati con la gru da un camion di ferro. Qualcosa che inchioda lo sguardo e che può capovolgere le convinzioni. Da allora, niente più agnello a Pasqua. Oltre a una curiosità crescente di scoprire certe realtà, fino a togliere dal piatto cibi come il paté de fois-gras, e poi via via capretto, vitello, maiale, pollo e pesci. Così, lettura dopo lettura, anche senza Internet, che a quei tempi si trovava davvero solo nelle pagine dei romanzi di fantascienza, insieme proprio ai cibi vegetariani. Si compone un percorso fatto di curiosità e scelte, di tentativi e riflessioni, di letture e acquisti. Un percorso che mette salde radici nel vissuto personale – in piena coscienza della profondità delle idee e convinzioni.
Ancora affascinati dall’esotismo?
Le atmosfere magiche delle Mille e una Notte, i misteri dell’Oriente, le discipline filosofiche di popoli antichi e in generale tutto ciò che sua “estraneo” e “straniero” alla nostra cultura: quanto ancora conta l’esotico ai nostri giorni?
Michele Tetro.
Lo aveva ben definito Tacito già nel 98 d. C., facendo pronunciare, nell’opera biografica “Agricola”, una celebre frase al capo dei Caledoni di Britannia Calgaco, pronto a combattere i Romani invasori nella battaglia di Monte Graupio: “Omne ignotum pro magnifico” (tutto quel che non conosciamo ci appare meraviglioso). Ecco qui tutta l’essenza dell’esotismo, fenomeno culturale che, sia in letteratura, arte, moda e costume indica l’elemento “straniero” identificabile come tale, esaltandone il fascino con un grande apprezzamento di luoghi, popoli e costumi lontani, spesso riverberando anche la saturazione e il desiderio di cambiamento prodotto dalle tradizioni patrie. Certo, ai giorni nostri, quando basta un computer e la connessione ad Internet per proiettarsi, almeno virtualmente, negli angoli più sperduti del mondo (senza contare che dal vivo occorrono solo 24 ore per fare il giro del pianeta in aereo), il termine “esotico” sembrerebbe privato di gran parte del suo significato… ma proprio perché il più delle volte si tratta di viaggi virtuali, non dissimili, per quanto indubbiamente più precisi e meno fantasiosi, dai sogni di tanti scrittori d’avventura del secolo scorso, il desiderio, possesso e utilizzo dell’elemento esotico ancora contiene in sé un forte potere fascinatorio.
Pretendere la Luna…
Quarant’anni fa un evento epocale: la conquista del corpo celeste più prossimo al nostro pianeta. Cosa ne è stato del sogno lunare?
di Marco Sozzani e Michele Tetro
Chissà cosa deve aver pensato Eugene Cernan, dodicesimo uomo disceso sulla Luna nel 1972, al momento della chiusura del portello del LEM, sapendo che sarebbe stato per molti decenni a venire l’ultimo essere umano ad aver contemplato sul posto quell’arido ma straordinario paesaggio selenitico. Di certo avrebbe stentato a credere che ben oltre quarant’anni sarebbero dovuti trascorrere prima di una nuova missione con uomini a bordo alla volta del nostro satellite naturale… probabilmente avrebbe invece ritenuto che questo sarebbe stato il tempo necessario per raggiungere Marte! Eppure quattro decenni sono già passati da quello storico evento, l’imprimere un’orma umana nella polvere lunare, e oggi, una volta di più, la Luna sembra essere lontana da noi come cent’anni fa. Una toccata e fuga da parte dell’uomo, si potrebbe dire, che dopo quel piccolo “passo” si è poi fermato sulla soglia dell’uscio di casa, distolto da altri problemi. Stiamo forse un po’ esagerando, ma non troppo. L’interesse per il nostro satellite naturale non è mai scemato ed è di questi giorni l’importante scoperta della sonda giapponese Kaguya, che ha fotografato un canyon profondo 9.000 metri, invisibile ai telescopi terrestri, e una montagna di oltre 10.000 metri, riscrivendo completamente la mappa selenitica con il suo altimetro laser prima di andare a disintegrarsi, a missione compiuta, vicino al polo sud lunare. Un evento, questo, che potrebbe indurre la NASA a varare due nuove missioni proprio per il quarantennale del primo sbarco nel Mare della Tranquillità.
La “banda” delle bande
Alla scoperta dei gruppi musicali bandistici della provincia di Novara, molti dei quali vantano una storia più che secolare.
Michele Tetro
Il tempo passa, le bande restano. Forse mutano col trascorrere degli anni e l’antico fascino di fragorose e trascinanti marce musicali nei paesi si stempera soprattutto per le più giovani generazioni, ad altri lidi ed interessi attratte, ma se aguzziamo la vista notiamo proprio molti giovani e giovanissimi tra le file in divisa, armati dei loro strumenti a fiato o percussioni. Sta di fatto che in Italia ci sono ufficialmente 4.500 bande musicali attive (in prevalenza al Centro-Sud, in cui la tradizione di feste patronali è molto più sentita), 145 di esse solo in Piemonte e almeno 7 nella Provincia di Novara (ma sono indubbiamente di più). Un fascino ed un mestiere che non muore, quello di questi vagabondi musicali, o così potremmo definire i componenti della bande da giro, che ancora oggi portano la loro musica in piccoli e grandi paesi a prezzo di sacrifici non indifferenti. Né si può più pensare a costoro come a semplici musicisti amatoriali o dilettanti, poiché in realtà molti hanno seguito seri studi nei conservatori, che oggi offrono corsi e diplomi di strumentazione per banda. Definiamo banda musicale un’orchestra priva di strumenti ad arco, formata esclusivamente da fiati e percussioni, in cui si supplisce a questa assenza con i flicorni, vari tipi di clarinetto e sassofoni. Esistono quindi bande da parata (la cosiddetta “marching band”), con strumenti che si possano suonare agevolmente in marcia e attente all’aspetto spettacolare dell’esecuzione, bande da concerti, che usano strumenti più voluminosi, impossibili da trasportare in marcia, e fanfare, formazioni bandistiche da parata composte esclusivamente da ottoni (come la celebre “Fanfara dei Bersaglieri”).
I misteri di Leri, la tenuta abbandonata di Cavour
Nel Vercellese un borgo lasciato al degrado dove sorge la villa diroccata del celebre statista piemontese, in attesa di un recupero dell’intera area.
Roberto Conti
In questa tenuta, a Leri, un borgo nel territorio di Trino vercellese, nella strada che collega Crescentino a Vercelli, si sono decisi anche i destini dell'Unità d'Italia: era infatti la Casa di Cavour.
Una villa padronale un tempo splendida e ora diroccata, immersa nel verde e nelle risaie, tutt’attorno quella che fu la fiorente tenuta agricola di uno dei padri dell’Italia, quel Cavour al quale in ogni città sono dedicate vie ed importanti piazze. Cascine, fienili, una chiesa. Tutto lasciato all’abbandono e al degrado. Ma le contraddizioni di quello che dovrebbe essere un patrimonio del territorio non sono finite: Leri infatti sorge all’ombra delle imponenti torri di raffreddamento di quella che doveva essere una centrale nucleare, la seconda nel territorio di Trino, ma che per fortuna è una semplice centrale elettrica, la centrale Galileo Ferraris. Il borgo si trova in una zona molto bella del Vercellese, le Grange, dove a volte le cascine rinascono: è il caso della vicina abbazia di Lucedio, completamente recuperata e destinata ad un florido futuro di arte e sviluppo ecosostenibile in quelle che, per una ostinata operazione di marketing politico e territoriale, vengono definite terre d’acqua.
Spalancare lo scrigno del tesoro
Finalmente inaugurato il Museo del Tesoro della Cattedrale, che contiene preziose opere databili a partire dal IV secolo.
Monica Curino
Dopo cinque anni di intenso lavoro, Novara può disporre della terza raccolta di arte sacra più importante esistente in Italia. Questo grazie all'apertura del nuovo Museo del Tesoro della Cattedrale che, con il lapidario, va a costituire questa importante raccolta a livello nazionale.
L'inaugurazione del nuovo Museo, avvenuta domenica 14 giugno, è stata un vero e proprio evento culturale per l'intera provincia di Novara e non solo. E' sufficiente ricordare che per il concerto ispirato al Sacro Monte di Varallo, l'oratorio “Haec Nova Jerusalem”, che ha anticipato l'apertura in notturna del Museo e che, soprattutto, ha voluto celebrare i 50 anni di sacerdozio del vescovo di Novara, monsignor Renato Corti, sono stati coinvolti quasi trecento artisti, tra coristi, musicisti e voci recitanti. Ben diciassette i cori, in gran parte provenienti dalla Valsesia, ma anche da Novara.
Una giornata molto intesa e, soprattutto, molto partecipata in ogni suo momento. A precedere l'inaugurazione e lo scoprimento delle targhe, l'incontro con le autorità in Sala Maddalena, presieduto dal vescovo Corti. “Personalmente”, ha spiegato don Carlo Maria Scaciga, responsabile dell'Ufficio Beni Culturali della Diocesi”, “preferisco chiamare questo momento come l'inaugurazione del Tesoro della Cattedrale, piuttosto che Museo del Tesoro. Un museo è, quasi sempre, uno spazio in cui le opere giungono da più parti, con ragioni diverse, e comunque da luoghi altri diversi. Per cui, pur nella provvidenzialità della loro esistenza, si può parlare di segregazione museale, di decontestualizzazione. In poche parole esiste un altrove in cui le opere sono nate e sono vissute e da cui sono state tolte. Parlando di 'tesoro', invece, intendiamo ben altra cosa: è l'apertura di uno scrigno, perché ne escano alla luce cose preziose”.
Finalmente inaugurato il Museo del Tesoro della Cattedrale, che contiene preziose opere databili a partire dal IV secolo.
Monica Curino
Dopo cinque anni di intenso lavoro, Novara può disporre della terza raccolta di arte sacra più importante esistente in Italia. Questo grazie all'apertura del nuovo Museo del Tesoro della Cattedrale che, con il lapidario, va a costituire questa importante raccolta a livello nazionale.
L'inaugurazione del nuovo Museo, avvenuta domenica 14 giugno, è stata un vero e proprio evento culturale per l'intera provincia di Novara e non solo. E' sufficiente ricordare che per il concerto ispirato al Sacro Monte di Varallo, l'oratorio “Haec Nova Jerusalem”, che ha anticipato l'apertura in notturna del Museo e che, soprattutto, ha voluto celebrare i 50 anni di sacerdozio del vescovo di Novara, monsignor Renato Corti, sono stati coinvolti quasi trecento artisti, tra coristi, musicisti e voci recitanti. Ben diciassette i cori, in gran parte provenienti dalla Valsesia, ma anche da Novara.
Una giornata molto intesa e, soprattutto, molto partecipata in ogni suo momento. A precedere l'inaugurazione e lo scoprimento delle targhe, l'incontro con le autorità in Sala Maddalena, presieduto dal vescovo Corti. “Personalmente”, ha spiegato don Carlo Maria Scaciga, responsabile dell'Ufficio Beni Culturali della Diocesi”, “preferisco chiamare questo momento come l'inaugurazione del Tesoro della Cattedrale, piuttosto che Museo del Tesoro. Un museo è, quasi sempre, uno spazio in cui le opere giungono da più parti, con ragioni diverse, e comunque da luoghi altri diversi. Per cui, pur nella provvidenzialità della loro esistenza, si può parlare di segregazione museale, di decontestualizzazione. In poche parole esiste un altrove in cui le opere sono nate e sono vissute e da cui sono state tolte. Parlando di 'tesoro', invece, intendiamo ben altra cosa: è l'apertura di uno scrigno, perché ne escano alla luce cose preziose”.
Tutte le rane dello stagno…
… grande come il mondo: rettili e batraci costituiscono un antico ambiente animale che può riservare ancora molte sorprese. Ce ne parla l’erpetologo Edoardo Razzetti.
Giovanni Savoini
Anfibi e rettili: osservandoli, si potrebbe pensare a volte a creature extraterrestri giunte tra noi. È ancora più sorprendente invece fermarsi a considerare che, al contrario, condividono il pianeta da milioni di anni e che sono molto antichi e con una varietà sorprendente. Edoardo Razzetti, erpetologo, ne è rimasto stregato molto presto… e non solo da loro. All’età in cui i bambini al mare pensano alle biglie e ai castelli di sabbia, Edoardo ha fatto le sue prime osservazioni. “Avevo quattro anni e cercavo e raccoglievo col retino i paguri, per guardarli meglio nel secchiello. La curiosità si è trasformata in scelta di studio, anni dopo. Perché proprio questi animali? Non è stata una scelta dettata da particolari motivazioni, se non quella che mi affascinano di più degli altri: hanno una grandissima varietà, di forme, colori, abitudini, habitat. Inoltre, sono poco noti e anche poco amati. Diciamo che è una questione di sensibilità personale”.
